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Enzo Tortora: “Che non sia un’illusione”

Il 18 maggio 1988, Enzo Tortora morì, consegnato alla storia come simbolo della malagiustizia italiana. Le sue ultime volontà riflettono il suo calvario: essere cremato con una copia de “La colonna infame” di Alessandro Manzoni e avere sulla lapide un'epigrafe di Leonardo Sciascia: "Che non sia un'illusione"

Quel giorno segnò la fine di una lunga e dolorosa battaglia per Enzo Tortora, il “mercante di morte” come lo definì il Pubblico Ministero. Morì “il camorrista” per cui venne chiesta una condanna esemplare. Morì “lo spacciatore” colluso con il clan di Raffaele Cutolo, il ‘cumpariello’ capace di sporcarsi delle peggiori infamità.

Eppure, un tempo esisteva l’Enzo Tortora giornalista, il brillante conduttore televisivo, il politico appassionato. Quell’Enzo Tortora che morì il 17 giugno di cinque anni prima, quando venne svegliato e arrestato alle 4 del mattino dai Carabinieri di Roma con l’accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Il Tg2 di quel giorno aprì con queste parole: «Enzo Tortora è stato arrestato in uno dei più lussuosi alberghi romani, il Plaza; ordine di cattura nel quale si parla di sospetta appartenenza all’associazione camorristica Nuova Camorra Organizzata (N.C.O), il clan diretto e capeggiato da Raffaele Cutolo: un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga e dei reati contro il patrimonio e la persona».

Quello fu l’inizio di un incubo. Un calvario culminato con la condanna a dieci anni nel 1985. Tortora non mollò, non si arrese mai, fino a quel 17 giugno del 1987, esattamente quattro anni dopo l’arresto, quando venne assolto. Si trattava di un “errore”. L’accusa si era basata su un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista, con sopra un nome scritto a penna e un numero telefonico. Solo in seguito le indagini calligrafiche provarono che il nome non era Tortora, bensì Tortona, e che il recapito telefonico non era quello del presentatore.

Alcuni mesi prima di morire, Tortora tornò sugli schermi Rai e disse:

«Dunque dove eravamo rimasti…potrei dire moltissime cose e ne dirò poche…una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni, molta gente ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me e io questo non lo dimenticherò mai, e questo grazie a questa cara buona gente; dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto e un’altra cosa aggiungo: io sono qui anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti e sono troppi; sarò qui, resterò qui anche per loro…E ora cominciamo come facevamo esattamente una volta….».

In queste parole non c’era più il conduttore, né tantomeno il “mercante di morte”. In queste parole c’era l’uomo, la persona perbene. E quell’Enzo Tortora non morirà mai.

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