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18 maggio 1988: “Che non sia un’illusione”. Trent’anni dalla morte di Enzo Tortora, simbolo delle “persone perbene”

Il 18 maggio di trent'anni fa, Enzo Tortora lasciava questo mondo, sconfitto da una malattia che aveva accelerato il suo corso a causa di un calvario personale che lo consegnò alla storia come simbolo della malagiustizia italiana

Le sue volontà furono precise: essere cremato con una copia de “La colonna infame” di Alessandro Manzoni e avere sulla sua lapide l’epigrafe dettata da Leonardo Sciascia: “Che non sia un’illusione”.

Il 18 maggio 1988 moriva Enzo Tortora, etichettato come “mercante di morte” dal Pubblico Ministero. Moriva l’uomo definito “camorrista” e “spacciatore” colluso con il clan di Raffaele Cutolo, per cui venne chiesta una condanna esemplare. Eppure, un tempo esisteva l’Enzo Tortora giornalista, il brillante conduttore televisivo, il politico appassionato.

Quell’Enzo Tortora morì il 17 giugno 1983, quando venne svegliato e arrestato alle 4 del mattino dai Carabinieri di Roma con l’accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Il Tg2 di quel giorno aprì con queste parole: «Enzo Tortora è stato arrestato in uno dei più lussuosi alberghi romani, il Plaza; ordine di cattura nel quale si parla di sospetta appartenenza all’associazione camorristica Nuova Camorra Organizzata (N.C.O), il clan cioè diretto e capeggiato da Raffaele Cutolo: un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga e dei reati contro il patrimonio e la persona».

Iniziò così un incubo culminato con la condanna a dieci anni nel 1985. Tortora non si arrese mai, lottò fino al 17 giugno 1987, esattamente quattro anni dopo l’arresto, quando venne assolto. Si era trattato di un “errore”: l’accusa si basava su un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista, con sopra un nome e un numero telefonico. Le indagini calligrafiche provarono che il nome era Tortona, non Tortora, e il numero non era del presentatore.

Alcuni mesi prima di morire, Tortora tornò sugli schermi Rai e disse:

«Dunque dove eravamo rimasti…potrei dire moltissime cose e ne dirò poche…una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni, molta gente ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me e io questo non lo dimenticherò mai, e questo grazie a questa cara buona gente; dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto e un’altra cosa aggiungo: io sono qui anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti e sono troppi; sarò qui, resterò qui anche per loro…E ora cominciamo come facevamo esattamente una volta….»

In queste parole non c’era più il conduttore, né tantomeno il “mercante di morte”. In queste parole c’era l’uomo, la persona perbene. E quell’Enzo Tortora non morirà mai.

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