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Bruno Fortunato

E’ il 2 marzo 2003, Bruno, sovrintendente della polizia ferroviaria, sta eseguendo un servizio di controllo di routine sui passeggeri del treno Roma-Firenze, nel tratto fra Terontola e Arezzo

Con lui i colleghi Emanuele Petri e Giovanni Di Fronzo. I tre si concentrano su due soggetti, un uomo e una donna. Non immaginano di trovarsi di fronte ai responsabili dell’omicidio di Marco Biagi e, prima ancora, di Massimo D’Antona. Davanti ai loro occhi ci sono Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, niente di meno che i vertici de Le Nuove Brigate Rosse.

Galesi, senza esitare, impugna un’arma e fa fuoco. Bruno viene colpito, il proiettile gli perfora il fegato e un polmone. Va peggio al collega Emanuele Petri, ferito mortalmente dallo stesso terrorista. Bruno, nonostante le precarie condizioni, reagisce e risponde al fuoco uccidendo proprio Galesi. Nel frattempo la Lioce sottrae la pistola al terzo agente e la punta contro Bruno. La donna tenta ripetutamente di fare fuoco ma l’arma si inceppa. Bruno potrebbe ucciderla ma non ce la fa, la risparmia. Bloccata, di lì a poco viene arrestata. Da subito si dichiarerà prigioniera politica.

Questa operazione consentirà di fatto l’avvio alla fase decisiva delle indagini per smantellare l’organizzazione eversiva. Bruno viene ricoverato in gravissime condizioni per trenta giorni, sette dei quali passati in rianimazione. Poi mesi e mesi di cure, la dispensa dal servizio dopo un anno di malattia e una medaglia d’oro al valore civile.

Poi il vuoto. Anni di pensieri, di dolore e di solitudine. Da quel 2 marzo Bruno non è più lo stesso. E’ un eroe (?), sì, ma non del tutto, almeno secondo l’opinione pubblica. In fondo a rimetterci la pelle è stato il suo collega. Lui può ritenersi “Fortunato”, di nome e di fatto. Il suo sacrificio viene infatti presto dimenticato. Non riceve visite o telefonate. Non viene neppure più menzionato nelle varie ricostruzioni postume dei fatti. Viene letteralmente dimenticato da tutti, in primis dalle istituzioni.

Il 10 aprile 2010 Bruno, nella sua casa di Anzio, impugna quella stessa, vecchia pistola d’ordinanza con cui portò a termine la famosa operazione, e si toglie la vita. Il suicidio di Bruno è rimasto a lungo senza spiegazioni ufficiali. Nessuna dichiarazione, nessun biglietto lasciato. L’unica informazione nota è relativa a una confidenza fatta da lui stesso ad un amico poco prima dell’estremo gesto: «Qualche sera fa ho ascoltato un’intervista ai parenti di Aldo Moro, hanno detto che nessuno si è più ricordato di loro, e neppure gli amici si sono fatti più vivi. Accade anche a me, nonostante io abbia incontrato le Brigate rosse molto più di recente».

Forse Bruno Fortunato aveva solo bisogno di un “grazie” in più. Oggi, con imperdonabile ritardo, da parte di tutti noi: “Grazie, Bruno”.

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