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20 Maggio 1994

A trent'anni dal tragico omicidio, il ricordo di due giornalisti che hanno dedicato la vita alla ricerca della verità

Il 20 marzo 1994, Ilaria Alpi e il cineoperatore Miran Hrovatin furono brutalmente uccisi con una raffica di kalashnikov a pochi passi dall’ambasciata italiana di Mogadiscio, in Somalia. Ilaria Alpi, giovane e coraggiosa giornalista Rai, si trovava in Africa per indagare su alcune donazioni di denaro da parte di organizzazioni umanitarie italiane destinate ai Paesi in via di sviluppo per la costruzione di infrastrutture. Seguendo una pista buia e tortuosa, la reporter si trovò a scoprire un vaso di Pandora che non doveva essere aperto: un turbinio di affari illeciti legati al traffico di rifiuti tossici provenienti dall’Italia e diretti nel Corno d’Africa in cambio di denaro e armi.

Ilaria era arrivata molto vicino alla verità. Prima di partire, confidò a un collega operatore: “È la storia della mia vita, devo concludere, devo fare, voglio mettere la parola fine”. Purtroppo, il suo coraggio la portò a un tragico epilogo.

Di quel nebuloso omicidio, ricco di lacune rimaste tali ancora oggi, si è detto molto. Esami autoptici negati, bagagli violati, false testimonianze e continue nuove perizie hanno avvolto il caso in un alone di mistero e omertà. Nonostante ciò, le ombre non sono riuscite a svilire la figura di Ilaria, una giornalista con la G maiuscola, divenuta simbolo per colleghi e istituzioni.

A trent’anni di distanza, ricordare Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è un dovere, affinché il loro sacrificio non sia dimenticato e il loro drammatico epilogo non diventi l’ennesimo fascicolo destinato a marcire nel grande cassetto dei segreti italiani. Il loro impegno per la verità e la giustizia deve continuare a ispirare le nuove generazioni di giornalisti e a ricordare a tutti noi l’importanza di un’informazione libera e coraggiosa.

Ilaria Alpi ha dato la vita per amore della verità. Il suo esempio e il suo sacrificio continuano a vivere nel cuore di chi crede nel valore dell’informazione e nella lotta contro l’ingiustizia. La sua storia è un monito per ricordare che la ricerca della verità è un diritto fondamentale e che il lavoro giornalistico deve essere sempre protetto e rispettato.

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